Campagna negli stati in bilico per entrambi i candidati.
Ieri entrambi i candidati hanno fatto comizi negli stati in bilico per cercare di conquistare i consensi degli ultimi indecisi.
McCain ha fatto campagna in Missouri, dove Obama era già stato sabato, raccogliendo molte meno persone delle 100.000 radunate dal candidato Democratico.
Obama è andato invece in Florida con Hillary Clinton e hanno fatto campagna insieme. Il sostegno di Hillary è fondamentale in questo stato. Infatti in questo stato in cui i sondaggisti danno un margine ad Obama di un paio di punti percentuali la Clinton ha vinto ampiamente le primarie. Un suo sostegno potrebbe quindi aiutare il candidato afro-americano.
Il ruolo della Florida è assolutamente fondamentale. Se Obama vince in uno stato a scelta tra Ohio e Florida ha quasi certamente vinto. McCain deve invece sperare di vincerli entrambi e di non perdere tutti gli stati tradizionalmente repubblicani. Per vedere un buon sito con i tutti i sondaggi aggiornati consiglio: http://www.electoral-vote.com/.
Obama nel frattempo sta facendo una martellante campagna televisiva grazie ai milioni di euro raccolti con donazioni volontarie in questi mesi. Con una cifra esorbitante ha comprato gli ultimi 30 minuti di campagna in tutte le televisioni nazionali.
In questi giorni l’associazione degli studenti internazionali del college ha organizzato un interessantissimo dibattito dal titolo “Chi vuole il tuo paese come presidente degli Stati Uniti? Che effetti avranno le elezioni americane nel tuo paese?”.
Personalmente ho partecipato all’incontro ed è stato interessante vedere i diversi punti di vista e le diverse motivazioni che portano a sostenere un candidato piuttosto che l’altro nei diversi paesi del mondo.
Un analogo sondaggio è stato fatto dal sito www.economist.com del famoso settimanale inglese. Il risultato è schiacciante. Il mondo voterebbe Obama. McCain vince solo (di poco) a Cuba, Moldavia, Macedonia e Georgia (i risultati si possono vedere su www.economist.com/vote2008)
Abbastanza analogo il risultato tra gli studenti internazionali di Dartmouth.
L’Africa è con Obama. Non solo per il colore della pelle ma perché avevano ottimi rapporti con Bill Clinton mentre Bush li ha totalmente trascurati. Senza contare che Obama è la realizzazione del sogno americano, proprio quello che questi ragazzi che sono qui a studiare stanno cercando.
L’Europa occidentale è con Obama. Nessuno vuole più un’America che cerca di dividere anziché unire gli stati europei. La “lega delle democrazie” proposta da McCain ricorda troppo la “coalizione dei volenterosi”. E poi vuole un presidente capace sulle relazioni internazionali. E qui Obama, ma soprattutto il ticket con Biden, è una garanzia.
Il Venezuela è con Obama. Anche chi ha Chavez come presidente e non lo vede di buon occhio dice che per il suo paese, e soprattutto per la democrazia nel suo paese, sarebbe meglio Obama. Infatti è facile attaccare un personaggio come Bush e ottenere consenso con la propria popolazione. Sarebbe altrettanto facile farlo con McCain che ha una politica estera molto affine a quella di Bush e che rifiuterebbe di sedersi ad un tavolo con Chavez. Sarebbe impossibile farlo con Obama. Come si potrebbe ancora dire che gli Stati Uniti sono l’impero del male e il loro presidente è il diavolo quando questi vogliono trattare con te?
Infine, l’Europa orientale è invece con McCain. I ragazzi di quei paesi sono spaventati da un ritorno della Russia forte ed egemonica. Un America forte e intransigente li rassicura. Vogliono un presidente forte pronto ad attaccare la Russia se dovessero ripetersi episodi come quello georgiano.
Questa è la paronimica globale. Qui invece la campagna elettorale continua ed è ormai entrata nell’ultima settimana. I candidati stanno girando per tutti gli stati considerati “swing” per cercare di raccogliere gli ultimi voti.
In questi giorni non si parla d’altro che dell’accusa di abuso di potere mossa contro Sarah Palin. La governatrice repubblicana dell’Alaska, candidata vice presidente nel ticket con McCain, è accusata di aver licenziato un capo della polizia che si rifiutava di licenziare un poliziotto. Quest’ultimo era l’ex marito della sorella della governatrice, dato che i due si erano separati nel 2006 dopo aver lottato su tutto (in particolare sulla custodia dei figli). Secondo gli inquirenti Sarah Palin avrebbe fatto pressione su Walt Monegan, il capo della polizia, affinché licenziasse l’ex-cognato. Essendosi Monegan più volte rifiutato, la governatrice lo ha licenziato.
Sarah Palin era inquisita già un mese prima della sua nomina a vice presidente (cade quindi l’ipotesi che l’accusa sia strumentale), ma ieri la commissione di inchiesta parlamentare ha concluso che la Palin ha abusato del suo potere violando il Codice Etico dello Stato dell’Alaska, legittimando le accuse rivolte contro di lei. La commissione bipartisan ha votato 12-0 l’autorizzazione a procedere sostenendo la fondatezza delle accuse.
Questo è un duro colpo per la campagna elettorale di McCain, tanto più se si considera quanto sia importante la reputazione nelle elezioni americane. O la Palin riuscirà a convincere gli elettori di essere innocente o difficilmente raccoglierà grandi consensi. Già ieri ha detto di avere tutto il diritto per licenziare i membri del suo staff come Monegan senza doverne rispondere a nessuno e che il caso è un complotto dei Democrats. Dato che in questi giorni il livello della campagna è diventato decisamente aggressivo, non sono mancati gli attacchi dei Democrats nei confronti del candidato vice presidente.
Ieri sera abbiamo assistito al secondo dei tre dibattiti presidenziali previsti. Molto particolare la forma del dibattito: era ambientato in una simil Town Hall (l’equivalente dei nostri Comuni) e le domande erano poste direttamente dal pubblico presente o lette dal giornalista se si trattava di domande inviate via mail. Inoltre i candidati erano liberi di muoversi sul palco e di occupare la scena come volevano il che ha dato loro la possibilità di esprimersi al meglio.
Obama è stato ancora una volta molto molto “presidenziale”, tranquillo e sicuro. Tendenzialmente freddo ma ha cercato più e più volte di entrare in relazione con il pubblico. Ha fatto riferimento al proprio passato, alla propria storia, ha toccato i temi più cari agli americani in questo momento, come la famiglia, la casa, le tasse, il rilancio della classe media. Proprio mentre parlava di queste cose l’indicatore del gradimento si impennava.
Vi chiederete che cosa sia questa cosa, e in effetti è parecchio strana. La CNN che trasmetteva il dibattito aveva allestito un “sondaggio in diretta” con alcuni elettori indecisi dell’Ohio (uno swing state che potrebbe decidere le elezioni). Questi potevano premere un “ +” o un “–“ a seconda che si sentissero “bene” o male”, “in accordo” o “in disaccordo” con quello che il candidato diceva. L’indicatore era tra l’altro diviso tra uomini e donne.
McCain è sembrato più amichevole ma meno preparato e meno leader. In un’occasione ha addirittura infranto “la quarta parete” andando a congratularsi con una persona del pubblico per la domanda e andandogli a stringere la mano. D’altro canto però è stato più volte colpito dalle risposte di Obama ed è sembrato a momenti incerto e senza parole. Sicuramente non ha soddisfatto le attese della vigilia.
Il partito Repubblicano è infatti molto preoccupato dagli ultimi sondaggi e non crede che McCain stia facendo una buona campagna o stia facendo qualcosa per ribaltarli. Più volte gli è stato detto è più o meno esplicitamente “Take off your gloves!”, ovvero “Togliti i guantoni!”. E lui, che è pur sempre un candidato indipendente (e sta puntando su questo fatto anche nella campagna elettorale), aveva promesso che comunque se li sarebbe tolti in occasione di questo dibattito e avrebbe incominciato ad attaccare duro da qui alla fine della campagna. Questa tattica è quella che ha permesso a Bush di vincere le scorse presidenziali.
Sebbene il livello della campagna si sia alzato e gli attacchi personali incominciano ad essere più frequenti da entrambe le parti, non si può certo dire che McCain abbia avuto la mano tanto pesante ieri sera. È sembrato addirittura la brutta copia di quello del primo dibattito. Bisogna anche osservare che rispetto ad allora le domande di politica estera sono state solo uno o due perché la gente adesso è molto più interessata alla situazione finanziaria.
Qui al College dove sono io la situazione è molto particolare. Innanzitutto mi trovo nel New Hampshire, l’unico stato conservatore di tutto il New England (a forte maggioranza democratica). Proprio in queste elezioni il voto del New Hampshire è visto come fondamentale. Conta molto poco, solo 4 grandi elettori, eppure è uno degli swing state che tutti tengono d’occhio.
Lo stesso College in cui mi trovo è considerato il più conservatore tra quelli dell’Ivy League (una particolare lega dei college più antichi e prestigiosi degli Stati Uniti, ne fanno parte Princeton, Yale, Harvard ad esempio). Eppure qui non si respira un’aria particolarmente a favore di McCain (qualche adesivo sulle porte). Forse i suoi sostenitori sono particolarmente silenziosi ma finora ne ho trovati davvero pochi. Anche gli indecisi non sono poi tantissimi, mentre ho visto parecchi sostenitori democratici (poster di Obama sulle finestre, magliette, cappellini, adesivi sulle macchine e chi più ne ha più ne metta, cartelli “Obama – Biden” esposti alle finestre).
Preciso però che questo non è certo significativo a livello statistico, è una campione molto selezionato: ragazzi dai 18 ai 21 anni che studiano in un College.
È comunque palpabile la voglia di cambiamento. Il pessimismo derivante dalla crisi economica è molto diffuso. Non sanno esattamente dovono vogliono andare, ma vogliono cambiare. Inutile dire che chi è all’opposizione (sebbene i Democrats controllino entrambi i rami del parlamento) ne è decisamente avvantaggiato.
Il cambiamento è così sentito che entrambi i candidati cercano di impersonarlo. “We need a change” è lo slogan di Obama, ma “I’m a reformer” è una frase spesso usata da McCain, “we need new politics in Washington” è quello che ha detto la Palin al dibattito vice-presidenziale.
Per lo stesso motivo Obama cerca di collegare tutte le volte che può l’immagine di McCain a quella di Bush (il cui consenso è il minimo storico per un presidente degli Stati Uniti) e cerca di ricordare quante volte McCain ha votato a favore dei progetti di Bush. Ricorda un po’ la strategia di Berlusconi in Italia, collegare il più possibile l’immagine di Veltroni a quella di Prodi.
Per il momento è tutto. Ormai mancano quattro settimane alle elezioni (sarà il primo martedì di novembre), è iniziato il conto alla rovescia.